Quarantasei anni, l’appuntamento l’ha preso lui. Si siede e mette subito le mani avanti: «Non so nemmeno perché sono qui, non è che sto male». Poi, rispondendo alle domande, racconta che da due anni non dorme più di quattro ore per notte. Che ha cambiato reparto perché non sopportava più il collega della scrivania accanto. Che la sera beve due birre invece di una. Che ha smesso di rispondere al fratello.

Nella sua testa, nessuna di queste cose aveva a che fare con le altre.

Perché gli uomini non vanno dallo psicologo ha una risposta misurabile, non morale: il costo sociale che si aspettano di pagare per la richiesta supera il dolore che sentono. La vergogna anticipata pesa più del sintomo. E non è un’invenzione loro: nell’indagine MINDex 2025 di Unobravo, condotta su un campione rappresentativo di 2.250 italiani tra i 18 e i 50 anni, l’81% considera ancora i problemi di salute mentale una forma di debolezza.

Poi ci sono i numeri. Nel 2023 in Italia i suicidi sono stati 3.821, e 2.969 riguardavano uomini: il 77,7%. Non è il picco di un anno storto. La quota maschile oscilla intorno al 78% da vent’anni.

Nelle statistiche sulla depressione la direzione si inverte. L’Istat stima la depressione e l’ansia cronica grave al 9,1% tra le donne e al 4,8% tra gli uomini. Chi risulta meno malato è chi muore di più. Le spiegazioni possibili sono due, e non si escludono a vicenda: gli uomini si ammalano in forme che i questionari non catturano, e arrivano a chiedere aiuto più tardi.

Quando la depressione maschile non assomiglia alla tristezza

Il DSM-5 descrive la depressione con umore deflesso, pianto, perdita di interesse, senso di colpa. Se cerchi “depressione maschile sintomi” trovi quell’elenco, non ti ci riconosci, e chiudi la pagina convinto che il problema sia un altro.

Qualcuno ha misurato perché quell’elenco non ti riguarda.

Nel 2013 Lisa Martin, Harold Neighbors e Derek Griffith hanno analizzato i dati del National Comorbidity Survey Replication statunitense costruendo due scale nuove accanto a quella classica. La prima sostituiva i sintomi tradizionali con altri: attacchi di rabbia, aggressività, abuso di sostanze, comportamenti a rischio. Letti con quella, erano gli uomini a risultare depressi più delle donne, 26,3% contro 21,9%. La seconda teneva insieme le due liste, tradizionale e alternativa, e a quel punto il divario di genere spariva: 30,6% degli uomini contro 33,3% delle donne, una differenza priva di significato statistico.

Lo stesso disturbo, letto con lo strumento sbagliato, diventa invisibile.

Nella pratica clinica italiana i segnali che compaiono più spesso negli uomini sono cinque, e nessuno di questi somiglia alla tristezza. L’irritabilità che si accende per motivi sproporzionati, di solito con le persone più vicine. Il ritiro progressivo: smetti di rispondere ai messaggi, salti le cene, poi ti convinci che sono gli altri a essersi allontanati. L’aumento del consumo di alcol, quasi sempre serale e quasi sempre solitario. L’espansione delle ore di lavoro fino a occupare lo spazio in cui prima c’era altro. E i dolori senza causa medica: cervicale, stomaco, torace, mal di testa che il medico di base non riesce a spiegare dopo il terzo esame.

L’ultimo punto ha una conseguenza pratica. La maggior parte degli uomini in difficoltà psicologica arriva prima dal medico di base che dallo psicologo, e ci arriva parlando del corpo. Tra il 1983 e il 1984, sull’isola svedese di Gotland, un programma coordinato dallo psichiatra Wolfgang Rutz formò tutti i medici di famiglia a riconoscere la depressione anche quando arriva così, travestita da sintomo fisico. Negli anni successivi sull’isola calarono i suicidi, i ricoveri per depressione e le assenze per malattia. Poi la formazione non venne ripetuta e l’effetto si esaurì: gli stessi autori conclusero che un corso di quel tipo andrebbe rifatto ogni due o tre anni.

Ufficio illuminato di notte con persone ancora sedute al computer, immagine dell’aumento delle ore di lavoro come sintomo di depressione maschile

Il paradosso dell’alfabetizzazione emotiva: chi si crede competente lo è meno

C’è un pezzo di questo blocco che non dipende dalla cultura. Dipende da uno strumento di misura difettoso.

Nel 2014 Oliver Sheldon, David Dunning e Daniel Ames hanno pubblicato sul Journal of Applied Psychology tre studi con lo stesso disegno: misurare l’intelligenza emotiva di studenti di master con un test oggettivo, restituire il risultato e guardare la reazione. Chi otteneva i punteggi più bassi era anche chi respingeva il feedback, contestandone di volta in volta l’accuratezza o la pertinenza, a seconda di quale delle due obiezioni fosse più comoda. Ed era chi si diceva meno disposto a comprare un libro sul tema o a pagare un coach. A chiedere di migliorare, dopo il responso, erano soprattutto quelli che erano già bravi.

Per accorgersi di non avere competenza emotiva serve competenza emotiva. Chi ne ha poca non possiede lo strumento con cui misurare quanta ne ha.

Qui la faccenda diventa maschile. Negli anni Novanta lo psicologo statunitense Ronald Levant coniò l’espressione “alessitimia normativa maschile”: una difficoltà a identificare e nominare gli stati emotivi che non nasce da un deficit individuale ma da un addestramento. Un bambino a cui per quindici anni ripeti di non piangere non diventa un adulto senza emozioni. Diventa un adulto senza le parole per riconoscerle. È il rovescio esatto di quello che si prova a fare quando si insegna ai bambini a nominare quello che sentono e a far valere un rifiuto: il vocabolario emotivo si costruisce a quell’età o si costruisce molto più tardi e a caro prezzo. La meta-analisi che Levant ha firmato nel 2009 con Hall, Williams e Hasan conferma che il divario di genere nell’alessitimia esiste ed è misurabile, anche se l’effetto è di entità contenuta.

Il risultato è un termostato rotto: senti caldo o freddo, ma il numero non lo leggi, e siccome non lo leggi resti convinto che la temperatura sia normale. Se vuoi capire come funziona la macchina sotto, l’intelligenza emotiva è meno mistica di come viene venduta e si allena.

Perché gli uomini non vanno dallo psicologo: un conto fatto con dati sbagliati

Nel 2003 Michael Addis e James Mahalik hanno pubblicato su American Psychologist l’articolo che ha riorganizzato tutta la ricerca su questo tema. La loro tesi: gli uomini non evitano l’aiuto per un tratto caratteriale, lo evitano quando chiederlo mette in discussione qualcosa che considerano centrale nella propria identità. Un uomo che non chiama mai l’idraulico e va in terapia esiste. Un uomo che chiede indicazioni stradali e non parla mai del padre morto esiste. La domanda non è “chiede aiuto o no”, è “in quale ambito il costo gli sembra insostenibile”.

Nel 2016 Zac Seidler e il suo gruppo all’Università di Sydney hanno passato al setaccio 37 studi sul tema. La conclusione è che l’adesione alle norme maschili tradizionali non agisce in un punto solo: cambia i sintomi che un uomo prova e il modo in cui li racconta, cambia il suo atteggiamento verso l’aiuto e la probabilità che lo cerchi davvero, e cambia il modo in cui prova a gestirsi da solo. Le norme che ricorrono più spesso in quegli studi sono due: l’autosufficienza e il controllo emotivo.

Aggiungo il pezzo che di solito manca. Quel calcolo è razionale, ma lo fai con prezzi che non hai mai verificato. Nel MINDex 2025 gli ostacoli dichiarati alla terapia sono il costo (57%), il tempo (32%) e la difficoltà a trovare il professionista giusto (29%). Sono tre voci su cui è impossibile farsi un’idea attendibile senza aver mai messo piede in uno studio. Sono anche, guarda caso, le tre cose che si possono sapere in anticipo.

Se il tuo modo di stare a galla è stato aumentare il carico di lavoro fino a non pensare più, guarda come si riconosce il burnout prima del collasso: è il punto esatto in cui quella strategia smette di reggere.

La barriera è l’incognita. Quindi la tolgo, passo per passo.

Prima. Scrivi un messaggio o chiami. Nessuno ti chiede di spiegare il problema al telefono. La conversazione dura due minuti e serve a fissare un giorno e a dirti il costo. In Italia un primo colloquio privato costa in genere tra i 50 e gli 80 euro; nei consultori e nei servizi pubblici è gratuito o a contributo ridotto, con liste d’attesa variabili.

I primi cinque minuti. Una stanza normale, due poltrone, nessun lettino. Lo psicologo ti chiede come preferisci essere chiamato e ti spiega due cose: il segreto professionale (quello che dici non esce, salvo rischio grave e immediato per la tua vita o quella di altri) e il fatto che il ritmo lo decidi tu.

Il corpo del colloquio. Non devi arrivare preparato e non devi saper nominare niente. La domanda iniziale di solito è larga: “cosa la porta qui”. Se rispondi “non lo so”, va bene. È una risposta frequente, e il colloquio prosegue lo stesso, perché in quella mezz’ora il lavoro dello psicologo è fare le domande, non aspettare le tue. Ti chiederà del sonno, del lavoro, di come mangi, di quanto bevi, di chi vedi e di quando qualcosa è cambiato. Domande fattuali. Si risponde con dei fatti.

La fine. Un primo colloquio dura tra i 45 e i 60 minuti e si chiude con un’ipotesi provvisoria e una proposta: quante sedute servono di solito, con quale frequenza, per lavorare su cosa. Non firmi niente che ti vincoli. Puoi non tornare, e puoi cambiare professionista dopo il primo incontro senza doverlo giustificare a nessuno.

Cosa non succede. Nessuno ti diagnostica niente in un’ora. Nessuno ti prescrive farmaci: lo psicologo non è medico e non ha ricettario, quella è competenza dello psichiatra. Nessuno chiama tua moglie, il tuo datore di lavoro o tua madre. Il primo giorno nessuno ti chiede di parlare dell’infanzia, e nessuno ti chiede di piangere.

Stanza spoglia e ordinata con un divano scuro e un tavolino, ambiente neutro simile a quello di un primo colloquio psicologico

Prevenzione del suicidio: i segnali per cui non ha senso rimandare

Ci sono soglie oltre le quali “vediamo se passa” smette di essere una strategia. Le riconosci così.

Dormi male da più di un mese e la stanchezza non passa col riposo. Bevi ogni sera e hai iniziato a nasconderne la quantità, anche solo a te stesso. L’irritabilità sta rovinando relazioni a cui tieni. Due medici hanno già escluso una causa per i tuoi dolori fisici, e i dolori restano. Ti accorgi di guidare più veloce, di rischiare di più, di non curarti quando ti fai male.

Poi ce n’è uno che non sta sullo stesso piano degli altri: pensare che agli altri converrebbe non averti attorno. Se quel pensiero c’è, il momento di parlarne è adesso e non fra sei mesi. Telefono Amico Italia risponde al 02 2327 2327, e in caso di emergenza il numero è il 112.

Il 10 settembre è la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, e il tema scelto da OMS e IASP per il triennio 2024-2026 è “cambiare la narrazione”. Cambiarla non significa convincere gli uomini a essere più sensibili. Significa smettere di presentare la richiesta di aiuto come una resa e iniziare a presentarla per quello che è: una procedura, con un costo noto, una durata nota e un esito misurabile. Le tecniche di regolazione emotiva sono competenze che si apprendono, non tratti con cui si nasce.

Per chi ragiona per numeri: nei confronti diretti su ansia e depressione la psicoterapia regge il paragone con i trattamenti farmacologici, e sui tempi lunghi mostra tassi di ricaduta più bassi. Per il ginocchio, però, l’appuntamento lo prendi in giornata.


Domande frequenti

Come si riconosce la depressione in un uomo se non c’è tristezza?

Nella popolazione maschile la depressione si manifesta spesso con irritabilità, ritiro sociale, aumento del consumo di alcol, iperattività lavorativa e dolori fisici senza causa medica accertata. Lo studio di Martin, Neighbors e Griffith del 2013 ha mostrato che, quando questi sintomi vengono aggiunti a quelli tradizionali, il divario di genere nella prevalenza della depressione scompare. Se tre o più di questi segnali durano da oltre un mese, vale un colloquio con uno psicologo.

Chiedere aiuto psicologico è un segno di debolezza?

No, ed è utile capire da dove viene quell’idea. La ricerca di Addis e Mahalik mostra che gli uomini evitano l’aiuto negli ambiti in cui la richiesta minaccia l’identità, non in generale. La vergogna associata è un fenomeno culturale documentato, non una valutazione realistica del gesto. Chi va in terapia sta risolvendo un problema con lo strumento adatto, esattamente come per un ginocchio o un dente.

Quanto costa andare dallo psicologo in Italia?

Un colloquio privato costa in genere tra i 50 e gli 80 euro, con variazioni per città e specializzazione. I consultori familiari e i servizi di psicologia delle ASL offrono percorsi gratuiti o a contributo ridotto, con tempi d’attesa variabili. Vale la pena chiedere il costo al telefono prima di fissare: è una delle tre voci che, nelle indagini italiane, gli uomini indicano come ostacolo e che nessuno verifica prima di rinunciare. Sulla durata complessiva di un percorso, e su dopo quante sedute compaiono i primi risultati, il quadro è raccolto qui.

Cosa succede se al primo colloquio non so cosa dire?

È la situazione più comune, non un problema. Nel primo colloquio è lo psicologo a condurre, con domande concrete su sonno, lavoro, alimentazione, consumo di alcol, relazioni e su quando qualcosa è cambiato. Non serve arrivare con una diagnosi pronta né saper nominare le proprie emozioni: quella è una capacità che il percorso costruisce, non un requisito d’ingresso.

Posso cambiare psicologo se il primo non mi convince?

Sì, senza doverlo giustificare. La qualità della relazione tra paziente e terapeuta è uno dei predittori più solidi dell’esito, quindi la percezione di non trovarsi bene è un’informazione clinica, non una scortesia. Molti professionisti dedicano i primi uno o due incontri proprio a verificare la reciproca compatibilità e a indirizzare altrove quando serve un approccio diverso.


Fonti

  • Martin, L. A., Neighbors, H. W., & Griffith, D. M. (2013). The Experience of Symptoms of Depression in Men vs Women: Analysis of the National Comorbidity Survey Replication. JAMA Psychiatry, 70(10), 1100-1106.
  • Addis, M. E., & Mahalik, J. R. (2003). Men, masculinity, and the contexts of help seeking. American Psychologist, 58(1), 5-14.
  • Seidler, Z. E., Dawes, A. J., Rice, S. M., Oliffe, J. L., & Dhillon, H. M. (2016). The role of masculinity in men’s help-seeking for depression: A systematic review. Clinical Psychology Review, 49, 106-118.
  • Sheldon, O. J., Dunning, D., & Ames, D. R. (2014). Emotionally unskilled, unaware, and uninterested in learning more: Reactions to feedback about deficits in emotional intelligence. Journal of Applied Psychology, 99(1), 125-137.
  • Levant, R. F., Hall, R. J., Williams, C. M., & Hasan, N. T. (2009). Gender differences in alexithymia. Psychology of Men & Masculinity, 10(3), 190-203.
  • Rutz, W., Carlsson, P., von Knorring, L., & Wålinder, J. (1992). Cost-benefit analysis of an educational program for general practitioners by the Swedish Committee for the Prevention and Treatment of Depression. Acta Psychiatrica Scandinavica, 85(6), 457-464.
  • Rihmer, Z., Rutz, W., & Pihlgren, H. (1995). Depression and suicide on Gotland: an intensive study of all suicides before and after a depression-training programme for general practitioners. Journal of Affective Disorders, 35(4), 147-152.
  • Karyotaki, E., Smit, Y., de Beurs, D. P., et al. (2016). The long-term efficacy of acute-phase psychotherapy for depression: a meta-analysis of randomized trials. Depression and Anxiety, 33(5), 370-383.
  • Istat (2018). La salute mentale nelle varie fasi della vita. Anni 2015-2017: prevalenza di depressione e ansia cronica grave, tassi di mortalità per suicidio per genere.
  • Istat, Decessi per causa di morte: dati sui suicidi per sesso, anno 2023 (serie diffusa anche via Eurostat, dataset hlth_cd_aro, ICD-10 X60-X84_Y870).
  • Unobravo (2025). MINDex 2025: Barometro del Benessere Mentale degli Italiani: campione rappresentativo di 2.250 italiani di 18-50 anni.
  • OMS / IASP. World Suicide Prevention Day: tema triennale 2024-2026 “Changing the Narrative on Suicide”.