«Autorizzo / Non autorizzo mio figlio a partecipare alle attività di educazione all’affettività». Sotto, due caselle e una riga per la firma.

L’educazione affettiva a scuola è l’insieme delle attività che insegnano a riconoscere le emozioni, i confini del proprio corpo e la reciprocità nelle relazioni. Non coincide con l’educazione sessuale: viene prima dell’anatomia e riguarda come si chiede e come si accetta un rifiuto. Gli standard OMS per l’Europa del 2010 collocano i primi contenuti nella fascia 0-4 anni.

Quel modulo sta arrivando in queste settimane nelle case italiane, insieme al diario e alla lista dei libri. La legge 104 del 9 giugno 2026, in vigore dal 7 luglio, obbliga la scuola a chiedere il consenso scritto dei genitori, almeno sette giorni prima, per le attività che riguardano «temi attinenti all’ambito della sessualità». All’infanzia e alla primaria quelle attività sono escluse del tutto. La parola «affettività» nel testo di legge non compare mai: dove finisca la sessualità e cominci l’affettività lo decide, modulo per modulo, chi il modulo lo scrive.

Da giugno si discute di chi decide. Chi ha voluto la legge parla di trasparenza verso le famiglie; chi la contesta parla di una scuola che si ritira dal terreno più delicato che ha. Quasi nessuno ha fatto la domanda che viene prima di tutte: a che età un essere umano impara a riconoscere un no, a dirlo, e ad accettarlo quando lo riceve.

Cosa chiede davvero l’educazione affettiva a scuola: il consenso si costruisce per tappe

Il dibattito politico tratta il consenso come un contenuto, un’informazione che si trasmette come le capitali d’Europa. Chi studia lo sviluppo lo vede diversamente. Il consenso è una competenza composta, e ogni pezzo ha un’età in cui diventa possibile costruirlo.

I pezzi sono cinque, e vengono in ordine. Sentire cosa succede nel proprio corpo. Dare un nome a quella sensazione. Capire che dentro l’altro sta succedendo qualcosa di diverso da quello che succede dentro di me. Leggere quel qualcosa senza che venga detto a parole. Reggere il costo sociale di fermarsi quando tutti intorno spingono nella direzione opposta.

A quattro anni un bambino gestisce le prime due cose e comincia ad accorgersi della terza. Un tredicenne le sa fare tutte e cinque in teoria, e in pratica crolla sulla quinta. Su quello scarto, in tre mesi di polemica, nessun articolo di legge ha detto niente.

Prima dei sei anni si impara il corpo come confine, non il sesso

Qui sta il fraintendimento che ha prodotto più rumore. Le attività che gli standard europei collocano nella prima infanzia non parlano di sessualità nel senso in cui la intende un adulto. Parlano di proprietà del corpo.

Il programma per un bambino di cinque anni è questo: chiamare le parti del corpo con il loro nome invece che con soprannomi imbarazzati, distinguere un contatto piacevole da uno sgradevole, sapere che esistono parti che nessuno tocca senza motivo, e imparare che si può dire di no a un abbraccio. Anche alla nonna. Soprattutto alla nonna, perché è lì che il bambino scopre se il suo no ha un peso reale o è una formalità che gli adulti aggirano ridendo.

La revisione Cochrane del 2015 curata da Kerryann Walsh ha messo insieme ventiquattro studi controllati su 5.802 bambini passati da programmi scolastici di prevenzione dell’abuso. Chi li frequenta riconosce meglio le situazioni a rischio, e a sei mesi di distanza se lo ricorda ancora. Sull’effetto collaterale che i genitori temono di più, i tre studi che hanno misurato ansia e paura non hanno trovato né aumenti né diminuzioni.

Bambina di pochi anni che gioca da sola con una macchina fotografica giocattolo, età in cui si impara che il corpo ha dei confini

La legge esclude proprio questa fascia. La scelta risponde a una preoccupazione legittima, quella di non anticipare contenuti sessuali a bambini di cinque anni. Il problema è che quei contenuti sessuali non sono, e l’idea che il proprio corpo appartenga a sé non si trasmette in un’ora: si deposita con anni di ripetizione quotidiana, quasi tutti prima delle medie.

Tra i sei e i dieci anni arriva la reciprocità, cioè capire che l’altro sente altro

Robert Selman, alla Harvard Graduate School of Education, ha descritto nel 1980 come si sviluppa la capacità di assumere il punto di vista altrui. Intorno ai sei anni un bambino sa che l’altro ha pensieri diversi dai suoi, ma li tiene ancora separati dai propri. Verso gli otto compare il salto: riesce a immaginare come lui stesso appare agli occhi dell’altro. Tra i dieci e i dodici arriva a tenere due prospettive contemporaneamente.

Tradotto in cortile: fino ai sette anni «gli faccio il solletico perché mi diverte» è un ragionamento completo. Dagli otto in poi diventa insensato, perché il bambino ha gli strumenti per accorgersi che l’altro sta ridendo e chiedendo di smettere nello stesso momento.

Questa è la fascia in cui «chiedi prima» smette di essere una regola imposta e diventa una cosa che ha senso. I giochi di lotta e il solletico in cortile allenano più di qualsiasi lezione frontale. Un bambino che a nove anni ha imparato a fermarsi quando l’altro si irrigidisce ha già la struttura mentale che a sedici gli servirà altrove.

In adolescenza il problema non è sapere cos’è il no, è dirlo davanti al gruppo

Chiedete a una classe di terza media cosa sia il consenso. Ve lo definiscono meglio di molti adulti. Poi guardate cosa succede il sabato sera.

Nel 2005 Margo Gardner e Laurence Steinberg hanno pubblicato su Developmental Psychology un esperimento diventato un riferimento. Trecentosei partecipanti in tre fasce d’età (tredici-sedici anni, diciotto-ventidue, ventiquattro e oltre) giocavano a un videogioco di guida in cui bisogna decidere se passare col giallo, da soli oppure con due coetanei accanto. In compagnia rischiavano tutti di più, ma sugli adolescenti l’effetto era molto più forte che sugli adulti. La presenza del gruppo non cambia quello che sanno, cambia quello che fanno.

Sarah-Jayne Blakemore, che ha studiato il cervello adolescente allo University College di Londra e oggi insegna psicologia e neuroscienze cognitive a Cambridge, descrive lo stesso fenomeno dal lato neurale: negli anni delle superiori il sistema che valuta la ricompensa sociale è ipersensibile, mentre il controllo inibitorio è ancora in costruzione. In quegli anni il cervello registra l’esclusione dal gruppo come un danno grave.

Gruppo di ragazzi a una festa serale, il contesto in cui la pressione dei coetanei pesa più della regola imparata

C’è un secondo pezzo, meno discusso. Il consenso fra adolescenti viaggia quasi tutto su canali non verbali: chi si allontana di dieci centimetri, chi smette di rispondere ai messaggi. Riconoscere quei segnali richiede l’attenzione che si allena sviluppando l’intelligenza emotiva, e nessuno la sviluppa da solo davanti a uno schermo. Il silenzio non è un sì, l’ambivalenza non è un sì, e un ragazzo di quindici anni ha bisogno che qualcuno glielo dica ad alta voce, perché quello che ha visto sullo schermo gli ha mostrato il contrario. In un’indagine del 2023 della Children’s Commissioner inglese, il 27 per cento dei ragazzi aveva incontrato pornografia entro gli undici anni, e l’età media della prima volta era tredici.

Cosa succede allo sviluppo affettivo quando quell’apprendimento salta

Chi lavora in clinica vede due esiti, e nessuno dei due è drammatico all’inizio.

Il primo riguarda il proprio no. Sono le persone che a trent’anni raccontano rapporti che non volevano avere e a cui hanno detto di sì lo stesso, senza minacce e senza violenza: hanno detto sì per non deludere, o perché dire no sembrava una scortesia sproporzionata. Non hanno mai fatto pratica del rifiuto in un contesto in cui il rifiuto veniva accolto. Chi è cresciuto con stili di attaccamento ansiosi ci arriva più facilmente, perché ha imparato presto che il legame va protetto anche a costo di sé.

Il secondo riguarda il no dell’altro. Da qui non escono per forza aggressori. Escono soprattutto adulti che non si accorgono, che leggono l’esitazione come civetteria e il silenzio come disponibilità, e che restano stupiti davvero quando qualcuno glielo fa notare anni dopo.

Entrambi gli esiti si vedono poi nelle coppie stabili, dove diventano l’incapacità di dire cosa si vuole e cosa non si vuole. È la stessa difficoltà che rende parlare di sesso in coppia uno degli ostacoli più frequenti fra quelli che arrivano in consulenza. Uno schema così solidificato non si smonta leggendo: serve un percorso con uno psicologo o un sessuologo.

Cosa possono fare i genitori adesso, con o senza il modulo firmato

La firma decide cosa succede in aula per qualche ora all’anno. Il resto succede in cucina, e non richiede autorizzazioni.

Fate perdere qualche battaglia agli adulti. Se vostro figlio dice che non vuole essere abbracciato o solleticato, fermatevi davvero, subito, senza negoziare e senza offendervi. È l’unico modo in cui un bambino verifica che il suo no funziona. Un no aggirato con affetto insegna che i no si aggirano.

Chiedete il permesso anche voi. «Posso darti un bacio?» detto a un bambino di quattro anni gli mostra che chiedere è normale fra persone che si vogliono bene, e che la risposta può essere negativa senza che succeda nulla.

Non costringete al bacio dei parenti. Offrite un’alternativa, la mano o il saluto da lontano. I nonni sopravvivono. È il punto in cui gli adulti cedono più spesso, perché l’imbarazzo lo pagano loro e non il bambino.

Dai sei anni in su, usate quello che succede. Un litigio al parco, una scena in un film. «Secondo te lei voleva?» apre una conversazione che una lezione programmata non apre.

Con gli adolescenti, spostate il discorso dal sì al costo. Sanno già cosa sia il consenso. Quello che non hanno mai pensato è come si fa a fermarsi quando fermarsi ti espone. Nominare quel costo, invece di far finta che non esista, è l’unica cosa che li fa sentire capiti invece che predicati.

Leggete il modulo prima di firmarlo. Chiedete alla scuola chi conduce l’attività, con quali materiali e con quale formazione. La domanda giusta non è se autorizzare, è cosa esattamente si sta autorizzando.

La legge ha trasformato in una firma quello che prima decideva la scuola. Il peso però non si sposta, cambia solo chi lo tiene. Chi non firma non ottiene che il figlio cresca senza un’idea di consenso: ottiene che quell’idea se la costruisca da solo, con i materiali che trova, e a undici anni quei materiali sono quasi sempre uno schermo. Oggi quello schermo, oltre a mostrare, risponde: più di un adolescente italiano su due ha già portato una questione personale a un chatbot, che è un interlocutore progettato per non contraddire mai.


Domande frequenti

A che età si inizia l’educazione sessuale a scuola?

Dipende da cosa si intende. Gli standard dell’OMS per l’Europa del 2010 prevedono contenuti dai primi anni di vita, ma nella fascia 0-6 riguardano il corpo, le emozioni e i confini, non la sessualità adulta. I contenuti su riproduzione e pubertà compaiono in genere fra i nove e i dodici anni, prima dell’arrivo dei cambiamenti fisici. In Italia la legge 104/2026 esclude le attività sui temi della sessualità per infanzia e primaria.

Come si insegna il consenso ai bambini piccoli?

Con l’esperienza ripetuta che il proprio rifiuto funziona, più che con una spiegazione. Fermarsi davvero quando il bambino dice basta durante il solletico, chiedergli il permesso prima di un bacio, offrirgli un’alternativa invece di obbligarlo ad abbracciare i parenti. Prima dei sei anni si aggiunge il nome corretto delle parti del corpo e la distinzione fra contatto piacevole e sgradevole. Sono gesti quotidiani da ripetere per anni.

Cosa prevede il consenso informato per la scuola nella legge 104 del 2026?

La legge 104 del 9 giugno 2026, in vigore dal 7 luglio, richiede il consenso informato scritto e preventivo dei genitori, o degli studenti se maggiorenni, per le attività che riguardano temi attinenti all’ambito della sessualità. Va chiesto almeno sette giorni prima dell’attività. Per la scuola dell’infanzia e la primaria quelle attività sono escluse in ogni caso. Il testo parla solo di sessualità: non nomina né l’affettività né l’identità di genere, e la distinzione la fa in concreto la singola scuola.

Educazione affettiva ed educazione sessuale sono la stessa cosa?

No, e confonderle è all’origine di buona parte del dibattito. L’educazione affettiva riguarda il riconoscimento delle emozioni, i confini del corpo, la reciprocità e la gestione dei conflitti relazionali. L’educazione sessuale aggiunge anatomia, riproduzione, contraccezione e salute. La prima comincia molto prima della seconda e ne costituisce la base: senza la capacità di riconoscere un no, le informazioni sessuali restano nozioni senza contesto.

Cosa succede se non firmo il modulo?

La legge prevede che la scuola garantisca attività alternative a chi non partecipa: il figlio non resta in corridoio. Quello che salta è l’unico contesto in cui quei temi vengono trattati da adulti con una formazione, e in cui si possono fare domande senza vergognarsi davanti ai genitori. L’apprendimento non si ferma: si sposta altrove, fra coetanei e schermi, senza nessuno che corregga.


Fonti

  • Legge 9 giugno 2026, n. 104, Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico. In vigore dal 7 luglio 2026.
  • Organizzazione Mondiale della Sanità, Ufficio Regionale per l’Europa & BZgA (2010). Standards for Sexuality Education in Europe. Colonia: BZgA.
  • Walsh, K., Zwi, K., Woolfenden, S. & Shlonsky, A. (2015). School-based education programmes for the prevention of child sexual abuse. Cochrane Database of Systematic Reviews, 2015(4), CD004380.
  • Gardner, M. & Steinberg, L. (2005). Peer influence on risk taking, risk preference, and risky decision making in adolescence and adulthood: an experimental study. Developmental Psychology, 41(4), 625-635.
  • Selman, R. L. (1980). The Growth of Interpersonal Understanding: Developmental and Clinical Analyses. New York: Academic Press.
  • Blakemore, S.-J. (2018). Inventing Ourselves: The Secret Life of the Teenage Brain. Londra: Doubleday.
  • Children’s Commissioner for England (2023). “A lot of it is actually just abuse”: Young people and pornography.