A settembre gli studi si riempiono. Le segreterie richiamano le liste d’attesa di luglio, le agende si riaprono, e la ripresa dopo l’estate è uno dei momenti in cui si decide di chiedere aiuto.

Poi arriva ottobre, e una parte di quelle persone smette di presentarsi. Senza discussioni e senza annunci: semplicemente non fissa l’appuntamento successivo.

Quanto dura una psicoterapia dipende da cosa si sta trattando: dalle 12 alle 20 sedute settimanali per un problema circoscritto, uno o più anni per disturbi di personalità e traumi ripetuti. I primi cambiamenti misurabili compaiono fra la sesta e l’ottava seduta. Nello studio di Howard del 1986, metà dei pazienti risultava migliorata entro otto incontri.

Che si molli presto non è solo un’impressione di chi lavora negli studi. In uno studio del 2026 su 97 pazienti in trattamento per disturbi emotivi quasi un terzo ha interrotto, e il rischio si concentrava alla fine della quarta seduta. Il picco di richieste di settembre si sapeva. Molto meno raccontato è il buco che si apre subito dopo, in un periodo dell’anno in cui tutti scrivono articoli per convincerti a cominciare e nessuno spiega cosa succede nelle settimane in cui la gente smette.

Le prime quattro-sei sedute non sono ancora terapia

Chi arriva in studio a settembre ha in mente una scena precisa: racconto il problema, il terapeuta capisce, mi dà una direzione. Le prime settimane assomigliano poco a quell’immagine.

Sono una fase di assessment. Servono a costruire una storia clinica: quando è iniziato il problema, cosa lo peggiora, che cosa hai già provato, come dormi, chi c’è intorno a te, com’era la tua famiglia. In molti studi arrivano anche questionari standardizzati da compilare a casa, dall’SCL-90 al CORE-OM. Alla fine il terapeuta ti restituisce una formulazione del caso: un’ipotesi su come i pezzi si tengono insieme.

Quella restituzione è il vero inizio del lavoro. Prima di allora nessuno sta ancora curando niente, si sta capendo cosa curare. Se nessuno te lo spiega, vivi quelle settimane come tempo perso e paghi per qualcosa che somiglia a un interrogatorio.

Conviene chiederlo alla prima seduta: quante sedute le servono per farsi un’idea, e cosa mi dirà alla fine. Un professionista serio risponde senza problemi.

Dopo quante sedute si vedono i risultati

Il modello dose-effetto nasce nel 1986 con Kenneth Howard, alla Northwestern University. Il suo gruppo analizzò i dati di migliaia di pazienti e trovò una curva regolare: circa metà risultava migliorata entro l’ottava seduta, tre quarti entro la ventiseiesima.

La curva sale ripida all’inizio, poi si appiattisce. Le sedute iniziali producono più cambiamento per seduta di quelle successive, e chi interrompe alla quarta ha smesso proprio nel tratto in cui il rapporto fra sforzo e beneficio è più favorevole.

Il quadro reale è meno lineare del grafico. Hansen, Lambert e Forman nel 2002 hanno confrontato i numeri della ricerca sperimentale con quelli della pratica quotidiana e hanno trovato uno scarto notevole: nei servizi reali il paziente medio si fermava intorno alla quinta seduta, e solo circa un quinto raggiungeva un miglioramento clinicamente significativo. Per portarne oltre la metà a quel risultato, concludevano, i limiti di durata andrebbero fissati ben oltre le venti sedute. Nella pratica pesa meno la tecnica e più quante persone restano abbastanza a lungo.

Uomo seduto su una poltrona in una stanza in penombra con la mano sul viso, il disagio delle prime sedute di terapia

Stare peggio dopo tre sedute è previsto

C’è spesso una fase, tipicamente fra la terza e la sesta seduta, in cui le cose sembrano peggiorare. Dormi peggio. Pensi al problema più di prima e ti accorgi di essere più irritabile con le stesse persone di sempre.

Ha una spiegazione. Per mesi o anni hai tenuto insieme la situazione evitando di guardarla; adesso la nomini ad alta voce una volta a settimana, in una stanza in cui non puoi cambiare argomento. Il terapeuta mette in discussione le strategie che ti proteggevano prima che quelle nuove comincino a funzionare. Nel mezzo si sta scomodi.

Molti leggono questo passaggio come la prova che la terapia non serve o che sta facendo danni. È il momento di massimo rischio di abbandono, ed è anche quello in cui il rimuginio tende a intensificarsi, perché il materiale su cui girare a vuoto è appena aumentato. Con un’ansia generalizzata alle spalle, nelle prime settimane l’effetto è ancora più marcato.

Un terapeuta che lavora bene te lo annuncia in anticipo. Se non lo ha fatto, dirglielo quando succede serve più che ricavarne una conclusione da solo.

Quanto dura una psicoterapia dipende da ogni quanto ci vai

Lo standard è una seduta a settimana. Sette giorni bastano per mettere alla prova qualcosa nella vita reale, e sono abbastanza pochi perché il filo non si spezzi.

Passare a ogni due settimane per motivi di budget è una scelta legittima, purché il conto sia fatto onestamente: buona parte della seduta se ne va a ricostruire cosa è successo, e il lavoro effettivo si riduce.

Sul numero complessivo di incontri, invece, la ricerca dice qualcosa di meno intuitivo. Barkham e colleghi, su 1.868 pazienti dei servizi britannici di base, hanno visto che la quota di chi otteneva un miglioramento clinicamente significativo non cresceva con il numero di sedute: calava, dall’88% fra chi ne aveva fatta una al 62% fra chi era arrivato a dodici. Non perché la terapia lunga funzioni peggio. Perché chi sta meglio presto smette presto, e chi resta è chi cambia più lentamente. Lo chiamano “good enough level”: si va avanti finché il risultato non è abbastanza buono. Una revisione del 2021 su quindici studi ha confermato che, in media, durata ed esito non vanno a braccetto.

Il numero di sedute giusto in astratto non esiste. Esiste una frequenza sostenibile per te, dichiarata all’inizio, che permette al percorso di avere una forma invece di trascinarsi.

Tre criteri per capire se interrompere la terapia

Distinguere “sto valutando male i tempi” da “questo percorso non sta funzionando” richiede criteri, altrimenti decide l’umore della settimana. Ne esistono tre abbastanza solidi.

Il primo è l’alleanza terapeutica. La meta-analisi di Flückiger e colleghi del 2018 raccoglie quasi trecento studi e conferma che la qualità del legame fra paziente e terapeuta resta uno dei predittori più stabili del risultato, in ogni orientamento. Alleanza non vuol dire simpatia: vuol dire accordo su obiettivi e compiti, e sensazione di essere presi sul serio. Sentirsi a disagio per il contenuto rientra nel lavoro. Sentirsi non ascoltato è un dato clinico.

Mano che scrive a penna su un quaderno, il monitoraggio dei progressi durante un percorso di psicoterapia

Il secondo sono gli obiettivi condivisi. Dopo l’assessment dovresti saper dire in una frase su cosa state lavorando. Se alla decima seduta non sai rispondere, chiediglielo.

Il terzo è la revisione. Un percorso serio prevede momenti di verifica. Se dopo otto-dieci sedute nulla è cambiato, la domanda da portare in seduta è “cosa cambiamo?”: frequenza, approccio, obiettivi, oppure un invio a un collega con un’altra formazione. Un terapeuta che accoglie la domanda senza irrigidirsi sta facendo il suo lavoro.

Le aspettative meritano un discorso a parte. Se hai iniziato convinto che parlare bastasse a far sparire un sintomo, il fatto che non succeda dice qualcosa sulla premessa da cui sei partito: sul peso che le attese hanno negli esiti dei trattamenti c’è una letteratura intera, che comincia dall’effetto placebo.

Dirlo, invece di sparire

Swift e Greenberg, in una meta-analisi del 2012 su 669 studi e quasi 84.000 pazienti, hanno stimato un tasso medio di interruzione precoce del 19,7%: circa uno su cinque. Molti lo fanno senza dirlo.

Una rottura dichiarata, invece, è materiale di lavoro. Dire “mi sembra di non stare andando da nessuna parte”, oppure “le ultime due sedute mi hanno lasciato peggio”, apre una conversazione che spesso migliora il percorso invece di chiuderlo. Eubanks, Muran e Safran hanno messo insieme undici studi su oltre 1.300 pazienti: quando una frattura del rapporto viene riconosciuta e ricucita, gli esiti sono migliori. La rottura non è il fallimento della terapia. È una delle cose che la terapia sa fare.

Sparire chiude tutto e lascia una sola conclusione possibile: che la terapia non fa per te. Spesso non è vero, e la volta successiva quella convinzione peserà.

Questi numeri, poi, contano solo chi era entrato. Fuori dalle statistiche sull’abbandono c’è una popolazione più grande, che il primo appuntamento non lo fissa mai: perché gli uomini arrivano tardi o non arrivano affatto è un calcolo di costi che assomiglia molto a quello di chi molla a ottobre, fatto però prima di cominciare.

Settembre resta una buona finestra per cominciare. Se il costo pesa, vale la pena controllare sul sito INPS se il contributo per le spese psicologiche, il cosiddetto bonus psicologo, ha una domanda aperta: le finestre cambiano di anno in anno. Entraci sapendo che ottobre è la parte difficile, e che è prevista.

Se stai valutando di iniziare o di smettere, porta la domanda dentro la seduta invece che dentro la tua testa. Un professionista abilitato può dirti, sui tuoi dati specifici, cose che nessun articolo può.


Domande frequenti

Quanto dura in media una psicoterapia?

Per un problema circoscritto, come un’ansia specifica o una fase depressiva reattiva, la maggior parte dei percorsi si colloca fra le 12 e le 20 sedute settimanali: tre-cinque mesi. Per disturbi di personalità, traumi ripetuti o quadri complessi si parla di uno o più anni. La durata dipende dal problema, dall’obiettivo concordato e dalla frequenza, non dall’orientamento teorico del terapeuta.

Dopo quante sedute si vedono i primi risultati?

I dati di Howard e colleghi indicano che circa metà dei pazienti riporta un miglioramento apprezzabile entro l’ottava seduta, con una curva che sale ripida all’inizio. Nelle prime tre o quattro sedute è comune non percepire nulla, o percepire un peggioramento: quella fase serve a ricostruire la storia clinica e a definire su cosa lavorare.

Una volta a settimana è lo standard nella fase iniziale e centrale del lavoro. Ogni due settimane resta praticabile quando il budget lo impone, ma rallenta il percorso, perché una parte della seduta va in aggiornamento. Verso la fine, quando i risultati sono stabili, si dirada di proposito fino a incontri mensili o di controllo.

Come capisco se devo cambiare terapeuta?

Guarda tre cose: se sapresti dire in una frase su cosa state lavorando, se ti senti preso sul serio anche quando sei in disaccordo, e se dopo otto-dieci sedute è stata fatta una verifica. Se mancano tutti e tre, parlane apertamente. Se dopo averne parlato nulla cambia, cercare un altro professionista è una decisione ragionevole, non una resa.

È normale sentirsi peggio dopo aver iniziato la terapia?

Sì, ed è uno dei motivi principali di abbandono precoce. Nominare ciò che si è evitato a lungo aumenta il malessere per un periodo, di solito fra la terza e la sesta seduta. Se però il peggioramento è intenso, dura settimane o include pensieri di farsi del male, va comunicato subito al terapeuta o a un medico, senza aspettare la seduta successiva.


Fonti

  • Howard, K. I., Kopta, S. M., Krause, M. S., & Orlinsky, D. E. (1986). The dose-effect relationship in psychotherapy. American Psychologist, 41(2), 159-164.
  • Hansen, N. B., Lambert, M. J., & Forman, E. M. (2002). The psychotherapy dose-response effect and its implications for treatment delivery services. Clinical Psychology: Science and Practice, 9(3), 329-343.
  • Barkham, M., Connell, J., Stiles, W. B., Miles, J. N. V., Margison, F., Evans, C., & Mellor-Clark, J. (2006). Dose-effect relations and responsive regulation of treatment duration: The good enough level. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 74(1), 160-167.
  • Bone, C., Delgadillo, J., & Barkham, M. (2021). A systematic review and meta-analysis of the good-enough level (GEL) literature. Journal of Counseling Psychology, 68(2), 219-231.
  • Swift, J. K., & Greenberg, R. P. (2012). Premature discontinuation in adult psychotherapy: A meta-analysis. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 80(4), 547-559.
  • Flückiger, C., Del Re, A. C., Wampold, B. E., & Horvath, A. O. (2018). The alliance in adult psychotherapy: A meta-analytic synthesis. Psychotherapy, 55(4), 316-340.
  • Eubanks, C. F., Muran, J. C., & Safran, J. D. (2018). Alliance rupture repair: A meta-analysis. Psychotherapy, 55(4), 508-519.
  • Ferreira, Â., Sousa, I., & Ribeiro, E. (2026). Predicting dropouts of the Unified Protocol for transdiagnostic treatment of emotional disorders: Joint modelling of survival and longitudinal data. Clinical Psychology & Psychotherapy, 33(4), e70313.