Nei primi sei mesi del 2026 sui social italiani sono comparsi circa 138.000 post sulla salute mentale. La parola “ansia” ricorre 37.000 volte. La parola “depressione” 2.846, tredici volte di meno.
Il dato viene da un’indagine dell’Osservatorio di Pavia con l’Associazione Civita, diffusa il 22 settembre. Racconta una cosa che chi lavora in psicologia vede ogni giorno: dell’ansia si parla, della depressione molto meno. E quando se ne parla, la si immagina sempre allo stesso modo: tristezza, pianto, disperazione.
Una parte della depressione, però, con la tristezza non ha niente a che fare. Ha a che fare con il vuoto. Con il concerto che una volta ti emozionava e adesso ti lascia indifferente, con l’amico che ti fa ridere mentre tu sorridi per cortesia, con il cibo che ha perso sapore: in psicologia si chiama anedonia.
L’anedonia è la ridotta capacità di provare piacere o interesse per attività che prima erano gratificanti. Nel DSM-5, il manuale diagnostico più usato al mondo, è uno dei due sintomi cardine della depressione maggiore insieme all’umore depresso: per la diagnosi deve esserci almeno uno dei due. Significa che si può soffrire di depressione senza sentirsi tristi.
Il vuoto al posto della tristezza
La depressione maggiore, secondo il DSM-5, richiede almeno cinque sintomi presenti quasi ogni giorno per almeno due settimane. Tra questi, almeno uno deve essere l’umore depresso oppure una marcata perdita di interesse o di piacere: basta uno dei due.
Quella congiunzione, “oppure”, cambia molto. Una persona può non piangere mai, non sentirsi triste, continuare a lavorare, e soddisfare comunque i criteri per una depressione: ha perso interesse per quasi tutto e ha altri quattro sintomi, come sonno alterato, stanchezza, difficoltà di concentrazione, senso di inutilità.
È anche uno dei motivi per cui tante persone non riconoscono la propria depressione. Cercano la tristezza, non la trovano, e concludono di essere solo stanche, annoiate o “un po’ giù”. Non dare un nome a quello che succede è il primo passo per non chiedere aiuto, un meccanismo che ho raccontato nell’articolo su perché gli uomini non vanno dallo psicologo.
Volere e gustare: due sistemi diversi nel cervello
Per capire l’anedonia bisogna smontare un’idea comune: che il piacere sia una cosa sola.
Il neuroscienziato Kent Berridge e il collega Morten Kringelbach hanno riassunto nel 2015 su Neuron decenni di ricerche che mostrano come il cervello distingua almeno due processi. Il primo è il volere (wanting): la spinta verso una ricompensa, la motivazione ad andarla a prendere. Dipende soprattutto dalla dopamina ed è lo stesso sistema che rende così difficile posare lo smartphone. Il secondo è il gustare (liking): il piacere vero e proprio quando la ricompensa arriva, legato a piccole aree chiamate punti caldi edonici e a sistemi come quello degli oppioidi.
I due processi possono separarsi. Si può desiderare qualcosa che poi non dà piacere, e si può provare piacere per qualcosa che non si aveva voglia di cercare.
Su questa base, nel 2011, Michael Treadway e David Zald della Vanderbilt University hanno proposto di ripensare l’anedonia. La loro tesi: in molte persone depresse il problema principale non è il piacere nel momento, che può restare relativamente intatto, ma la motivazione e l’anticipazione. La persona non riesce a immaginare che un’attività le farà piacere, quindi non la cerca. E se non la cerca, non la prova.
Questa distinzione cambia il modo in cui l’anedonia si vive dall’interno. Quando una persona anedonica dice “non ho voglia di uscire”, spesso il blocco sta a monte: il cervello non riesce più a produrre la spinta che viene prima del piacere. È la stessa macchina dell’anticipazione che, quando funziona, rende l’attesa di qualcosa bella quasi quanto la cosa stessa, come racconta la psicologia dell’attesa.
Perché riconoscerla conta così tanto
L’anedonia è tra i sintomi che dicono di più su come andrà una persona.
Nel 2017 Fabien Vinckier e colleghi hanno pubblicato su European Psychiatry i risultati di una grande coorte di pazienti curati per depressione dai medici di base. Il miglioramento dell’anedonia è risultato il fattore più fortemente associato al recupero del funzionamento psicosociale, cioè alla capacità di tornare a lavorare, a stare con gli altri, a vivere. E c’è un secondo risultato, forse ancora più utile: chi migliorava sugli altri sintomi ma restava anedonico continuava ad avere difficoltà nella vita quotidiana.
Tradotto: una persona può sentirsi “meno depressa” secondo un questionario e restare bloccata, se il piacere non è tornato. È una ragione in più per nominare l’anedonia in modo esplicito, anche in terapia.
Lo psicologo Diego Pizzagalli, della Harvard Medical School, ha dedicato buona parte della sua ricerca al legame tra stress e anedonia. In una rassegna del 2014 ha proposto che lo stress cronico alteri proprio i circuiti della ricompensa, rendendo il cervello meno sensibile alle esperienze positive. È un meccanismo che aiuta a capire perché l’anedonia compare spesso dopo lunghi periodi di pressione, come nel burnout.
Anedonia, noia, stanchezza: come distinguerle
Non ogni periodo di poco entusiasmo è anedonia. Alcune differenze aiutano a orientarsi, senza sostituire una valutazione professionale.
La durata. La noia e la stanchezza di una settimana pesante passano con il riposo. L’anedonia legata alla depressione dura settimane e non si risolve con un weekend libero.
L’ampiezza. Annoiarsi al lavoro ma godersi la cena con gli amici non è anedonia. L’anedonia tende a estendersi a quasi tutto: hobby, relazioni, cibo, musica, sesso.
Il cambiamento. Il segnale più chiaro è il confronto con se stessi. Non conta quanto piacere provi in assoluto, ma quanto ne provi rispetto a prima: cose che ti piacevano davvero e adesso ti lasciano indifferente.
Gli altri sintomi. Da sola l’anedonia può avere molte cause. Se arriva insieme a sonno alterato, stanchezza costante, difficoltà di concentrazione e senso di colpa o di inutilità, merita attenzione.
Cosa aiuta
L’intuizione di Treadway e Zald ha una conseguenza pratica. Se il problema è la spinta, aspettare di averne voglia non funziona, perché la voglia è la cosa che manca.
Su questo principio si basa l’attivazione comportamentale, una psicoterapia che parte dall’azione invece che dall’umore. Si pianificano attività piccole e concrete, legate a ciò che per la persona ha valore, e le si fa anche senza averne voglia. Il piacere, quando torna, arriva dopo l’azione.
L’efficacia è stata misurata. Nel 2006 Sona Dimidjian e colleghi hanno pubblicato sul Journal of Consulting and Clinical Psychology uno studio randomizzato su 241 adulti con depressione maggiore. Nelle persone con depressione più grave, l’attivazione comportamentale ha dato risultati paragonabili agli antidepressivi, ed entrambi hanno superato in modo significativo la terapia cognitiva.
Nei casi moderati o gravi la psicoterapia si affianca spesso ai farmaci, e la scelta va fatta con uno specialista. Quello che si può fare da subito è più semplice: dare un nome a ciò che si prova. “Sono solo stanco” e “da mesi niente mi dà più piacere” sono due frasi molto diverse, e la seconda è un buon motivo per parlarne con il medico o con uno psicologo. Se ti chiedi quanto duri un percorso e come si sceglie, ne ho scritto nell’articolo su quanto dura una psicoterapia.
Il 10 ottobre è la Giornata mondiale della salute mentale. Il tema scelto per il 2026 dalla World Federation for Mental Health è “Lived Experiences Heard: Real Voices, Real Change”, cioè ascoltare l’esperienza vissuta di chi sta male. Riconoscere che la depressione può avere la forma del vuoto, e non solo quella della tristezza, è un modo concreto per farlo. E imparare a leggere le proprie emozioni anche quando sembrano assenti è una parte dell’intelligenza emotiva di cui si parla poco.
Domande frequenti
Cos’è l’anedonia?
L’anedonia è la ridotta capacità di provare piacere o interesse per attività che prima erano gratificanti, come hobby, relazioni, cibo o musica. Nel DSM-5 è uno dei due sintomi cardine della depressione maggiore, insieme all’umore depresso. Le ricerche distinguono tra la perdita della motivazione a cercare il piacere e la perdita del piacere nel momento in cui lo si prova.
L’anedonia è sempre depressione?
No. È uno dei sintomi principali della depressione, ma compare anche in altre condizioni, come il disturbo da stress post-traumatico, la schizofrenia, le dipendenze e alcune malattie neurologiche come il Parkinson. Può seguire anche periodi di stress cronico o di burnout. Solo una valutazione clinica può stabilire da cosa dipende.
Si può essere depressi senza sentirsi tristi?
Sì. Per la diagnosi di depressione maggiore il DSM-5 richiede almeno uno tra umore depresso e perdita di interesse o di piacere, non entrambi. Una persona può quindi essere depressa senza provare tristezza, se ha perso interesse per quasi tutto e presenta altri sintomi come stanchezza, insonnia o difficoltà di concentrazione per almeno due settimane.
L’anedonia passa?
Nella maggior parte dei casi sì, soprattutto quando si cura la condizione da cui dipende. Uno studio del 2017 su pazienti trattati per depressione ha mostrato che il miglioramento dell’anedonia è il fattore più associato al ritorno a una vita piena. L’attivazione comportamentale, che parte dall’azione invece che dall’umore, è uno degli approcci con più prove di efficacia.
Quando rivolgersi a uno specialista?
Quando la perdita di piacere dura più di due settimane, riguarda quasi tutte le attività e si accompagna ad altri sintomi come sonno alterato, stanchezza costante o senso di inutilità. Se compaiono pensieri di morte o di farsi del male, chiedi aiuto subito: puoi chiamare il 112 oppure Telefono Amico Italia al numero 02 2327 2327.
Fonti
- American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition (DSM-5). American Psychiatric Publishing.
- Berridge, K. C., & Kringelbach, M. L. (2015). Pleasure systems in the brain. Neuron, 86(3), 646-664.
- Treadway, M. T., & Zald, D. H. (2011). Reconsidering anhedonia in depression: Lessons from translational neuroscience. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 35(3), 537-555.
- Pizzagalli, D. A. (2014). Depression, stress, and anhedonia: Toward a synthesis and integrated model. Annual Review of Clinical Psychology, 10, 393-423.
- Vinckier, F., Gourion, D., & Mouchabac, S. (2017). Anhedonia predicts poor psychosocial functioning: Results from a large cohort of patients treated for major depressive disorder by general practitioners. European Psychiatry, 44, 1-8.
- Dimidjian, S., Hollon, S. D., Dobson, K. S., et al. (2006). Randomized trial of behavioral activation, cognitive therapy, and antidepressant medication in the acute treatment of adults with major depression. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 74(4), 658-670.
- Osservatorio di Pavia e Associazione Civita (2026). Media, linguaggio e salute mentale. Dati diffusi il 22 settembre 2026.
- World Federation for Mental Health (2026). World Mental Health Day 2026: Lived Experiences Heard: Real Voices, Real Change.