Il 22 settembre il Kinsey Institute, il centro di ricerca sulla sessualità fondato da Alfred Kinsey nel 1947 all’Università dell’Indiana, ha pubblicato i risultati di un sondaggio su 2.373 americani tra i 18 e i 29 anni. Il titolo era una domanda: la recessione sessuale della Generazione Z è reale?

La risposta è sì. Il 29% degli intervistati non ha avuto nessun partner negli ultimi tre mesi. Il 19% non ne ha mai avuto uno. In Italia la notizia è arrivata il giorno dopo, con titoli sul sesso che i ragazzi non fanno più.

C’è però un numero che quasi nessuno ha ripreso, ed è il più interessante: solo il 18% si dice insoddisfatto della propria vita sessuale. Fanno meno sesso, e la grande maggioranza sta bene lo stesso.

La recessione sessuale (in inglese sex recession) è il calo della frequenza dei rapporti e del numero di partner tra i giovani adulti, documentato negli Stati Uniti dagli anni Duemila. Non riguarda il desiderio, che resta medio o alto, ma le occasioni. Tra i maschi americani di 18-24 anni, chi non ha avuto rapporti nell’ultimo anno è passato dal 18,9% al 30,9% in meno di vent’anni.

Cosa dice lo studio del Kinsey Institute, e cosa non dice

Conviene partire dai limiti, perché i titoli li hanno saltati.

Il campione è americano. Il sondaggio è stato condotto online con un disegno per quote, cioè cercando di rappresentare età, genere, orientamento sessuale, provenienza e situazione sentimentale, ma senza un’estrazione casuale. È stato finanziato da Playboy e da un’altra azienda privata, Julie. E non è uno studio pubblicato su una rivista scientifica con revisione tra pari: è un rapporto di ricerca diffuso con un comunicato.

Resta una fotografia utile, da leggere insieme ad altri dati.

Il quadro che disegna, comunque, è preciso. I giovani intervistati dichiarano un desiderio sessuale da moderato ad alto e un’attività sessuale bassa. Per il 43% le preoccupazioni economiche hanno reso più difficile frequentare qualcuno o mantenere una relazione; per il 37% lo stress finanziario ha peggiorato la vita sessuale. Circa uno su quattro dice che le interazioni online (messaggi, social network, compagni virtuali basati sull’intelligenza artificiale) soddisfano una parte dei suoi bisogni di intimità. Il 28% ammette che il tempo davanti agli schermi riduce la voglia di cercare incontri dal vivo.

La sintesi dei ricercatori sta in una frase: il problema sembra l’occasione, non il desiderio.

Non è una moda di quest’anno: venticinque anni di dati

Chi pensa a un effetto passeggero, magari legato alla pandemia, deve fare i conti con serie storiche molto più lunghe.

Nel 2017 la psicologa Jean Twenge, della San Diego State University, ha analizzato la General Social Survey, un’indagine rappresentativa della popolazione americana: 26.620 persone intervistate tra il 1989 e il 2014. All’inizio degli anni Dieci gli americani facevano sesso circa nove volte in meno all’anno rispetto alla fine degli anni Novanta. Il calo dipendeva soprattutto dalla generazione di nascita: a parità di età, i nati negli anni Novanta erano quelli con la frequenza più bassa.

Un dettaglio di quello studio smonta due spiegazioni facili. Il calo non era legato né a orari di lavoro più lunghi né al consumo di pornografia.

Tre anni dopo, Peter Ueda e colleghi hanno confrontato su JAMA Network Open il periodo 2000-2002 con il 2016-2018. Tra i maschi di 18-24 anni la quota di chi non aveva avuto rapporti nell’ultimo anno è salita dal 18,9% al 30,9%. Tra le coetanee l’aumento è stato più contenuto, dal 15,1% al 19,1%, e non statisticamente significativo.

Il Kinsey Institute ha quindi rimisurato, nella generazione successiva, un fenomeno che nei dati si vede da vent’anni, e ha trovato che continua.

Ragazza seduta sul davanzale di una finestra a bovindo in camera da letto, sola e tranquilla nella luce del giorno

E in Italia?

Un’indagine italiana dedicata solo alla Generazione Z ancora non c’è. Esiste però un rapporto recente che permette un confronto su venticinque anni: Il piacere degli italiani. Come cambiano i costumi sessuali, pubblicato dal Censis nel marzo 2026 su mille persone tra i 18 e i 60 anni.

Il dato più vicino al tema riguarda la prima volta. Tra i maschi, chi ha avuto il primo rapporto prima dei 18 anni è sceso dal 46,7% del 2000 al 29,4% del 2025. Tra le femmine è successo il contrario: dal 29,3% al 35,8%. Il debutto maschile arriva più tardi di prima, quello femminile un po’ prima, e i due percorsi si sono avvicinati.

Altri numeri dicono che la sessualità degli italiani non si è spenta ma si è spostata. Il 43,4% delle persone tra i 18 e i 34 anni fa sexting, contro il 19,2% di chi ha tra 45 e 60 anni. L’80,4% ha rapporti solo con il partner stabile. E la soddisfazione cambia molto con la situazione di vita: è soddisfatto della propria vita sessuale il 68,9% di chi ha una relazione stabile, contro il 29,8% dei single.

Poi c’è un fattore che in Italia pesa più che altrove. Secondo Eurostat, i giovani italiani lasciano la casa dei genitori in media intorno ai 30 anni, contro circa 26 nella media dell’Unione europea. Vivere con mamma e papà fino a trent’anni non impedisce una vita sessuale, ma la complica parecchio sul piano pratico. Se il problema è l’occasione, come sostiene il Kinsey Institute, la casa conta.

Il problema è l’occasione, non il desiderio

È questa la distinzione che cambia la lettura di tutta la faccenda.

Se i giovani avessero meno desiderio, staremmo parlando di biologia o di salute. Il desiderio invece c’è. Mancano le condizioni per trasformarlo in incontri: soldi, spazi, tempo, e la fiducia che conoscere qualcuno valga lo sforzo.

L’ultimo punto è il più sottovalutato. Frequentare qualcuno oggi comporta un carico di incertezza che le generazioni precedenti conoscevano meno: app che moltiplicano le scelte e abbassano l’impegno, relazioni che restano indefinite per mesi, la possibilità concreta di essere ignorati senza una parola. La paura del rifiuto, che il Kinsey Institute indica tra le cause, cresce bene in un ambiente dove il rifiuto è frequente e spesso silenzioso. Perché quel tipo di rifiuto faccia tanto male l’ho spiegato nell’articolo sul ghosting.

Chi si occupa di sessualità sa anche che il desiderio non funziona sempre come un interruttore che scatta da solo. Per molte persone nasce dentro una situazione di intimità già avviata, non prima: è quello che la ricerca chiama desiderio responsivo. Se le occasioni di intimità diminuiscono, anche questo desiderio ha meno modi di comparire.

Schermi, intelligenza artificiale e intimità altrove

Uno su quattro dei giovani intervistati dal Kinsey Institute trova online una parte dell’intimità di cui ha bisogno. Nell’elenco compaiono anche i compagni virtuali basati sull’intelligenza artificiale.

In Italia il fenomeno ha già dei numeri, anche tra i più giovani. Un’indagine INDIRE su 5.342 studenti delle scuole secondarie, raccolta tra marzo e giugno 2026, ha rilevato che il 53% si è già rivolto a un chatbot per sfogarsi o per affrontare un problema personale. Gli stessi ricercatori avvertono che il campione non rappresenta statisticamente tutti gli studenti, ma la direzione è chiara (ne ho scritto nell’articolo sugli adolescenti che si confidano con l’IA).

Ragazzo nel buio con il volto illuminato soltanto dallo schermo del telefono, sullo sfondo le luci sfocate della città

L’intimità digitale costa pochissimo e non ti espone mai a un rifiuto faccia a faccia; quella fisica chiede tempo, spazio e il coraggio di esporti. Quando la prima è sempre disponibile, la seconda deve competere. Il 28% che dichiara meno motivazione verso gli incontri dal vivo suggerisce che, per una parte dei giovani, la gara la sta vincendo lo schermo. Il meccanismo della ricompensa sempre a portata di mano l’ho spiegato nell’articolo sulla dopamina e lo smartphone.

Quando diventa un problema, e quando no

Fare poco sesso, o non farne per un periodo, non è un disturbo.

In sessuologia clinica il criterio che separa una condizione da trattare da una semplice variazione è il disagio. Un calo del desiderio o dell’attività diventa rilevante quando la persona ne soffre, quando crea tensioni nella coppia, quando nasce da ansia, dolore, esperienze traumatiche o convinzioni che bloccano. Se una persona fa meno sesso di quanto la società si aspetti e sta bene così, non c’è niente da correggere.

Il dato del Kinsey Institute va letto anche in questa chiave: più di otto giovani su dieci non si dichiarano insoddisfatti. Una parte di loro sta dando alla sessualità un posto diverso da quello che le davano i genitori.

Due segnali, però, meritano attenzione. Il primo riguarda la salute: solo il 35% dei giovani americani intervistati usa abitualmente il preservativo, e circa un terzo non ha mai fatto un test per le infezioni sessualmente trasmissibili. Meno rapporti non significa rapporti più sicuri.

Il secondo riguarda l’educazione. Una generazione che impara la sessualità soprattutto dagli schermi ha bisogno di luoghi in cui parlarne con adulti preparati. In Italia il tema si è riaperto con la nuova legge sul consenso dei genitori all’educazione affettiva a scuola.

Se il calo del desiderio o dell’attività ti pesa, se è cambiato all’improvviso o se ti accorgi di evitare l’intimità per paura, parlarne con uno psicologo esperto in sessuologia è la strada più utile. Spesso non serve molto tempo per capire cosa sta succedendo, e la dimensione emotiva della coppia conta più di quella fisica.


Domande frequenti

È vero che i giovani fanno meno sesso delle generazioni precedenti?

Sì, i dati disponibili vanno tutti nella stessa direzione. Negli Stati Uniti la General Social Survey mostra un calo della frequenza dei rapporti dagli anni Novanta, legato soprattutto alla generazione di nascita. Uno studio su JAMA Network Open ha rilevato che tra i maschi di 18-24 anni chi non ha avuto rapporti nell’ultimo anno è passato dal 18,9% al 30,9% tra il 2000 e il 2018. Il sondaggio del Kinsey Institute del 2026 conferma la tendenza.

Fare poco sesso è un problema?

Non di per sé. In sessuologia clinica un calo dell’attività o del desiderio diventa rilevante quando provoca disagio, crea difficoltà nella coppia o nasce da ansia, dolore o paura. Nel sondaggio del Kinsey Institute solo il 18% dei giovani si dichiara insoddisfatto della propria vita sessuale: per molti fare meno sesso non è vissuto come una mancanza.

Perché la Generazione Z fa meno sesso?

Secondo il Kinsey Institute il desiderio resta medio o alto: mancano le occasioni. Pesano le difficoltà economiche, che per il 43% hanno reso più difficile frequentare qualcuno, la stanchezza da app di incontri, la paura del rifiuto e l’intimità trovata online, che uno su quattro indica come fonte parziale di vicinanza. In Italia si aggiunge l’uscita tardiva dalla casa dei genitori, in media intorno ai 30 anni.

Anche in Italia i giovani fanno meno sesso?

Un’indagine italiana solo sulla Generazione Z ancora non esiste. Il rapporto Censis del 2026 mostra però che tra i maschi la quota di chi ha il primo rapporto prima dei 18 anni è scesa dal 46,7% del 2000 al 29,4% del 2025, mentre tra le femmine è salita dal 29,3% al 35,8%. Il sexting riguarda il 43,4% delle persone tra 18 e 34 anni.

Quando il calo del desiderio o dell’attività sessuale ti fa stare male, quando è comparso all’improvviso, quando è legato a dolore durante i rapporti o quando ti accorgi di evitare l’intimità per paura o vergogna. Anche le difficoltà che creano tensioni nella coppia sono un buon motivo. Uno psicologo esperto in sessuologia aiuta a capire se si tratta di una fase, di un problema relazionale o di qualcosa da trattare.


Fonti

  • Kinsey Institute, Indiana University (2026). Is the Gen Z sex recession real? Comunicato del 22 settembre 2026.
  • Censis (2026). Il piacere degli italiani. Come cambiano i costumi sessuali. Rapporto del 24 marzo 2026.
  • Twenge, J. M., Sherman, R. A., & Wells, B. E. (2017). Declines in sexual frequency among American adults, 1989–2014. Archives of Sexual Behavior, 46(8), 2389-2401.
  • Ueda, P., Mercer, C. H., Ghaznavi, C., & Herbenick, D. (2020). Trends in frequency of sexual activity and number of sexual partners among adults aged 18 to 44 years in the US, 2000-2018. JAMA Network Open, 3(6), e203833.
  • INDIRE (2026). Indagine sull’uso dell’intelligenza artificiale fra gli studenti delle scuole secondarie (5.342 studenti, marzo-giugno 2026).
  • Eurostat. Età media stimata di uscita dei giovani dalla casa dei genitori, dati 2024 e 2025.