La madre lo dice quasi con orgoglio: “È sempre stata una tipa tranquilla, studia, non mi ha mai dato problemi.” La figlia ha tredici anni e la media più alta della classe. Da cinque mesi non vede nessuno fuori dall’orario scolastico. Le feste sono cadute a novembre, la palestra a dicembre.

Il ritiro sociale negli adolescenti è l’abbandono progressivo di scuola, amicizie e vita fuori casa per almeno sei mesi, senza che a spiegarlo basti una malattia fisica. In Italia riguarda circa 200.000 ragazzi tra i 13 e i 18 anni. Tre su quattro sono ragazze: 9,1% delle femmine contro 2,8% dei maschi.

A gennaio quella figlia aveva cominciato a chiedere di restare a casa il lunedì. Poi il lunedì e il giovedì. Nessuno in famiglia ha mai pronunciato la parola hikikomori, perché il quadro non somigliava a niente di quello che si legge in giro: nessun ragazzo chiuso in camera davanti alla console, nessuna porta sbarrata, nessun padre assente. C’era una ragazza gentile con dei bei voti.

Cercate “hikikomori” in italiano e troverete decine di pagine con lo stesso identikit: maschio, figlio unico, videogiochi, madre iperprotettiva. I dati italiani del 2026 dicono l’opposto. E quell’identikit fa danni concreti, perché insegna ai genitori a cercare la cosa sbagliata.

Ritiro sociale adolescenti: ragazze tre su quattro

La ricerca DAAI (Dialoghi Adolescenziali Aree Interne), promossa dall’ASL di Benevento e condotta dall’Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali, ha intervistato oltre 900 adolescenti tra i 13 e i 18 anni in cinque regioni. L’ANSA ne ha diffuso i risultati il 12 marzo 2026.

Il 5,7% del campione si trova in ritiro sociale grave: quasi il doppio di quanto la stessa scala aveva misurato due anni prima, in fase di taratura. Il dato aggregato però nasconde la cosa che conta, e cioè quanto quel 5,7% pesi in modo diverso sui due sessi.

Il gruppo più esposto sono le ragazze tra i 13 e i 15 anni che vivono nei capoluoghi, dove il ritiro grave tocca il 13,3%. Una su sette. Pesa anche la geografia, e non nel verso che ci si aspetta: nelle aree interne la quota si ferma al 4,4%, nelle città sale al 7%. Il paese di duemila anime protegge più del capoluogo. Sulle cause i ricercatori indicano due terreni, le condizioni socio-culturali della famiglia e la difficoltà a reggere le richieste della scuola.

Una seconda fonte, raccolta con tutt’altro metodo, va nella stessa direzione. La Relazione 2026 al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze, curata dal Dipartimento per le politiche antidroga, conta oltre 26.000 studenti under 18, l’1,7%, che dichiarano un isolamento protratto per più di sei mesi, con un ulteriore 2,3% in ritiro da tre a sei mesi. Due indagini diverse, lo stesso quadro.

Le ragazze non sbattono la porta, alzano la media

Il ritiro maschile ha un vantaggio comunicativo enorme: è rumoroso. Il ragazzo che smette di andare a scuola, salta la cena e reagisce male quando lo si cerca produce un conflitto. Il conflitto arriva ai genitori, i genitori arrivano al pediatra, il pediatra manda da qualcuno.

Il ritiro femminile fa il percorso opposto. Passa da quella che i clinici chiamano internalizzazione: rimuginio, ansia anticipatoria, un senso di inadeguatezza che in casa non si vede. Sono stati mentali, e uno stato mentale non rompe niente e non chiede niente.

Libri aperti e quaderno di appunti su una scrivania: nel ritiro femminile lo studio solitario resta l’unica arena premiata

C’è di più, ed è la ragione per cui questi casi arrivano tardi. Molte ragazze in ritiro non abbandonano la scuola: la sovrainvestono. Il rendimento resta alto o migliora, perché lo studio è l’unica arena in cui la performance è solitaria e premiata. Una figlia che passa il pomeriggio sui libri non allarma nessun genitore italiano. Sembra la versione riuscita dell’adolescenza, non un sintomo.

La ricerca DAAI indica proprio nelle difficoltà scolastiche il terreno principale della sofferenza. Non però nel senso del brutto voto: nel senso della pressione a non prenderlo mai.

Instagram è la stanza in cui si sono chiuse

L’immagine classica dell’hikikomori prevede l’interruzione dei contatti. Un’adolescente in ritiro, invece, pubblica storie ogni giorno, risponde ai messaggi in due minuti, ha un profilo pieno di amiche e di commenti. Sul telefono la vita sociale sembra intatta.

È questo che disattiva l’allarme in casa. Se scrive con le amiche, ragionano i genitori, allora esce dal guscio. Ma la relazione mediata dallo schermo concede una cosa che quella in presenza nega: il controllo su cosa mostrare, quando rispondere, quale versione di sé far vedere. Per chi teme il giudizio quel controllo diventa una sostituzione, e rende inutile il ponte verso gli altri.

Il meccanismo è lo stesso che rende il confronto sui social media così corrosivo per l’autostima: l’esposizione continua a versioni curate della vita altrui alza l’asticella di ciò che si sente di dover essere prima di potersi far vedere. Chi non raggiunge l’asticella smette di uscire.

I segnali precoci che nel profilo maschile non compaiono

Il ritiro totale non arriva mai per primo. Arriva dopo mesi di ritiro selettivo, ed è lì che si può intervenire.

Guardate quali situazioni la ragazza sta eliminando, più che le ore che passa in casa. Le prime a cadere sono le facoltative: la festa, l’allenamento, il giro del sabato pomeriggio. Restano in piedi le obbligatorie, scuola in testa, perché saltarle produce una conseguenza. Quando anche le obbligatorie diventano negoziabili (“oggi mi sento poco bene”, “posso restare a casa solo domani”), la traiettoria è già avanzata. È il punto in cui il quadro sconfina in quello che i clinici chiamano rifiuto scolastico, con soglie e criteri suoi: lì il problema è la scuola, qui la scuola è l’ultima cosa a cadere.

Sedie vuote in un auditorium: le situazioni sociali facoltative sono le prime a essere abbandonate nel ritiro selettivo

Insieme alla rinuncia, nella stessa indagine ricorrono altri indizi:

  • Ansia e attacchi di panico. Il 15,9% del campione DAAI mostra sintomi di ansia, panico e disagio. Il panico prima di un’uscita è spesso il vero motore della rinuncia, e in casa arriva raccontato come mal di stomaco o mal di testa.
  • La rinuncia motivata bene. Le scuse non sono improvvisate: sono argomentate e diverse ogni volta. Il segnale sta nella serie, una rinuncia dopo l’altra, ognuna con la sua ragione valida.
  • Il sonno che scivola in avanti. Andare a letto sempre più tardi riduce le ore di sovrapposizione con il mondo esterno.
  • La sparizione delle amicizie di persona. I contatti restano, gli incontri no. Chiedersi quando è stata l’ultima volta che qualcuno è venuto in casa dà una risposta più onesta di qualsiasi conversazione.
  • L’iperinvestimento su un’unica area. Voti, sport individuale, alimentazione, corpo. Un dominio in cui il controllo è totale compensa l’ansia di tutti gli altri.

Nessuno di questi segnali riguarda il telefono, ed è un punto su cui la ricerca DAAI è netta: la vita online non sostituisce la socialità con i coetanei. Il telefono è il posto in cui la ragazza si è rifugiata, non la ragione per cui l’ha fatto. Cercare la causa lì fa perdere i mesi in cui si potrebbe intervenire.

Perché sei mesi sono il confine che conta

La soglia semestrale ha una ragione clinica. Nella letteratura internazionale, a partire dal lavoro dello psichiatra giapponese Tamaki Saitō, che ha dato un nome al fenomeno alla fine degli anni Novanta, i sei mesi segnano il punto in cui l’evitamento smette di essere una reazione a una situazione e diventa una struttura. Kato, Kanba e Teo, nella revisione pubblicata nel 2019 su Psychiatry and Clinical Neurosciences, tengono quella soglia come criterio operativo.

Il motivo è meccanico. Ogni volta che si evita una situazione temuta l’ansia cala subito: l’evitamento viene rinforzato, e la volta dopo costa ancora meno evitare. Le competenze sociali, che sono abilità e non tratti, intanto si arrugginiscono per mancanza di esercizio. Dopo qualche mese la ragazza non evita più solo la festa. Evita perché non saprebbe più come starci dentro.

Ecco perché l’intervento si fa più difficile con il passare delle settimane, e perché la domanda da farsi non è “sta esagerando?” ma “da quanto va avanti?”.

Cosa fare, e le due cose da non fare

La prima cosa da non fare è forzare l’uscita. Trascinare una ragazza a una festa quando l’ansia anticipatoria è alta produce un’esperienza di panico che conferma la pericolosità della situazione, e la volta dopo la resistenza sarà maggiore. L’esposizione funziona graduata, concordata, con obiettivi minuscoli. Imposta no.

La seconda è aspettare che passi. La curva registrata dalla ricerca DAAI, quasi raddoppiata in due anni, dice che qui la maturazione da sola non basta.

Quello che si può fare comincia da una domanda diversa. Al posto di “perché non esci”, che chiede alla ragazza di giustificare un comportamento che non sa spiegare, provate con “cosa ti immagini che succeda se ci vai”. La seconda apre uno spazio; la prima lo chiude. Nel frattempo conviene tenere aperti i canali che ancora funzionano, anche quando sono digitali: togliere il telefono a un’adolescente in ritiro sociale le toglie l’ultima cosa che la tiene in contatto con dei coetanei.

Sopra i tre mesi di ritiro selettivo, e in presenza di sintomi d’ansia, chiedere una valutazione a uno psicologo dell’età evolutiva è la misura proporzionata al quadro. La terapia cognitivo-comportamentale ha evidenze solide sui disturbi d’ansia in adolescenza, e il lavoro con i genitori fa parte del trattamento. Se quello che avete letto qui vi somiglia, aiuta capire come funziona l’ansia quando diventa un modo stabile di stare al mondo e cosa distingue lo stare soli dal sentirsi soli.

Niente di tutto questo sostituisce una valutazione clinica su una persona reale. Serve a evitare che un quadro clinico continui a essere letto come un carattere.


Domande frequenti

Il ritiro sociale femminile è davvero più diffuso di quello maschile?

Sì, e il divario è ampio. La ricerca DAAI del 2026 su oltre 900 adolescenti italiani rileva il 9,1% di ritiro sociale grave tra le ragazze contro il 2,8% tra i ragazzi. Sul totale stimato di circa 200.000 adolescenti in ritiro grave in Italia, il 75% sono femmine. Il picco riguarda le 13-15enni che vivono nei capoluoghi, dove la quota arriva al 13,3%.

Mia figlia va a scuola e prende buoni voti: può essere comunque in ritiro sociale?

Sì. Il buon rendimento è uno dei motivi per cui il ritiro femminile viene riconosciuto tardi. Molte ragazze mantengono o aumentano l’investimento scolastico mentre eliminano tutto il resto: sport, feste, amicizie in presenza. Il criterio da guardare non è la scuola, che è obbligatoria, ma le situazioni facoltative. Se sono sparite quasi tutte negli ultimi mesi, il quadro va approfondito.

Qual è la differenza tra timidezza e ritiro sociale?

La timidezza è un tratto stabile: la persona timida partecipa alle situazioni sociali con disagio, ma partecipa, e nel tempo il repertorio si amplia. Il ritiro sociale restringe il campo. Le situazioni non vengono affrontate con fatica, vengono eliminate una dopo l’altra, e la lista di ciò che è possibile fare si accorcia mese dopo mese.

Da quanto tempo di isolamento bisogna preoccuparsi?

I sei mesi sono la soglia usata per definire il ritiro grave, ma non il momento in cui iniziare a intervenire. Conviene muoversi molto prima, intorno ai due-tre mesi di rinunce sistematiche alle attività non obbligatorie, soprattutto se compaiono sintomi d’ansia o attacchi di panico prima delle uscite. Prima si interviene, meno l’evitamento si è consolidato.

Togliere il telefono o internet aiuta a far uscire di casa?

No, e in genere peggiora la situazione. Per un’adolescente in ritiro le relazioni online sono spesso l’ultimo contatto rimasto con dei coetanei: rimuoverlo aumenta l’isolamento invece di ridurlo, e trasforma i genitori in avversari proprio quando servirebbe un’alleanza. Il lavoro utile va nella direzione opposta: ricostruire gradualmente occasioni in presenza a bassissima soglia di difficoltà.


Fonti

  • Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali & ASL Benevento (2026). Ricerca DAAI – Dialoghi Adolescenziali Aree Interne. Percorsi integrati di contrasto alle nuove vulnerabilità. Risultati presentati alla conferenza “Un confronto tra aree interne e città sul ritiro sociale in adolescenza” e diffusi dall’ANSA il 12 marzo 2026.
  • Dipartimento per le politiche antidroga, Presidenza del Consiglio dei Ministri (2026). Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia, presentata il 24 giugno 2026.
  • Kato, T. A., Kanba, S., & Teo, A. R. (2019). Hikikomori: Multidimensional understanding, assessment, and future international perspectives. Psychiatry and Clinical Neurosciences, 73(8), 427-440.
  • Tateno, M., Park, T. W., Kato, T. A., Umene-Nakano, W., & Saito, T. (2012). Hikikomori as a possible clinical term in psychiatry: a questionnaire survey. BMC Psychiatry, 12, 169.
  • Saitō, T. (2013). Hikikomori: Adolescence Without End. University of Minnesota Press.